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Come lavorare il grafico: Tesla

Salve a tutti,

il titolo della borsa Usa Tesla presenta una interessante situazione grafica e andiamo con analisi tecnica di base a individuare alcuni livelli di prezzo che, in presenza di pattern di candlestick idonei, potrebbero offrire spunti di trading di medio periodo molto importanti:

 

 

Vieni a Roma sabato 15 giugno, è importante esserci per iniziare a lavorare seriamente, richiedi info e il programma completo:

 

 

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Il punto alla fine del primo semestre 2019, di Massimo e Gian Michele Moschella.

Alla scadenza del primo trimestre 2019, è opportuno un aggiornamento dei
ragionamenti fatti e condivisi finora con i nostri lettori, soprattutto col pubblico
presente in aula al recente seminario di Roma.
Come detto in apertura dello stesso, i tassi di crescita reale dell’economia, rispetto
al 2018, sono previsti in flessione sia per il 2019 che per il 2020.

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E questo è un dato che si può ampiamente confermare.
Le releseas dei primi tre mesi dell’anno sono state sostanzialmente deludenti, con
la sola eccezione delle richieste di disoccupazione Usa che si candidano per il
concorso “le più basse di sempre”.

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Esse infatti sono già le più contenute degli ultimi quarantacinque anni, inferiori, in
ogni caso, a quelle che diedero il via alle ultime cinque recessioni (zone
ombreggiate in azzurro).
A questo punto, qualcuno potrebbe legittimamente avere l’impressione che le
banche centrali siano riuscite a cancellare tutti i mali della società attuale,
recessioni comprese.
Non è così. Sono solo intervenute più pesantemente sul controllo degli aggregati
finanziari. Questa condotta è sì capace di esaltare i successi e mettere in ombra
le difficoltà dei sistemi economici, ma non per sempre.
Come si direbbe a proposito degli artifizi umani che deviano il corso naturale dei
fiumi, essi finiscono per avere un “pericoloso impatto sull’ecosistema fluviale e sul
territorio circostante”.
Manco a dirlo, una recente sentenza della Corte di Giustizia europea ha stabilito
che la deviazione del corso di un fiume può essere ammessa, in linea di principio,
se ci sono motivazioni di rilevante interesse pubblico come quelle per fini
idropotabili o irrigui. Tuttavia, nel caso di siti di importanza comunitaria, qualora
non intervengano adeguate misure di compensazione il progetto può anche
essere stoppato.
Il problema risiede nel fatto che la Banche Centrali non hanno avuto né mai
avranno un controllore o un giudice che valuti il loro operato. E dunque tirano
dritto senza timori di essere stoppate. Sarà l’ecosistema economico e finanziario a
rigurgitare, a tempo debito, le loro manovre.
Il grafico seguente ci dà un’idea generale dell’incidenza dei Qe sulla crescita dei
singoli assets. Senza l’inoculazione forzata di adrenalina, l’SP500 probabilmente
si aggirerebbe intorno ai 1200 punti. Che sarebbe comunque non poca cosa
considerati i livelli cui era pervenuto nel febbraio 2009 (circa 660).

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Il Consumer Confidence Index ci racconta invece una storia parzialmente diversa.

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Ci dice che l’attuale congiuntura economica non è riuscita a riprendere i massimi
di sempre segnati nel 2000. L’indice ha cozzato contro la resistenza statica
coincidente con i massimi del 1998 ed è tornato indietro. Adesso duetta con il
supporto rappresentato dai massimi del 2001 e, in caso di rottura, è facile
prevedere che si appoggerà sul supporto offerto dai massimi del 2002-2007. Sotto
il quale, imho, potrebbe scatenarsi un brutto temporale.

Devo poi una spiegazione e una precisazione a tutti coloro che hanno ascoltato il
mio intervento sulle curve dei tassi.
Nel seminario ho proposto il grafico seguente che racchiude, in un’unica
panoramica, tutte le curve dei tassi seguite dagli operatori economici.

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Tutte le curve prese in considerazione, a fine febbraio, puntavano verso la linea
dello zero. La 5y-2y è stata la prima a varcare quella soglia e, dunque, ad
invertirsi (tassi a breve più alti dei tassi a lungo termine). In genere, a questo
punto, le altre curve seguono docilmente, sebbene con tempi propri.
Quello che è avvenuto a fine marzo lo riscontriamo nel chart che segue.

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La curva 5y-2y si è ritratta e, con le altre, che nel grafico precedente venivano giù
a capofitto, ha preso ad appiattirsi!
Niente di più probabile che le BC, monitorando l’andamento di tutte le curve al pari
di quanto facciamo noi, abbiano deciso di intervenire comprimendo i tassi a breve
e lasciando correre quelli a lungo. In questo modo le curve si appiattiscono o
assumono di nuovo un andamento ascendente.
Ebbene si, possono fare anche questo!

CINA
L’arretramento più preoccupante, dicevamo, è sicuramente quello della Cina che
minaccia addirittura di scendere quest’anno sotto il 6% di Pil.
Tuttavia, con un atletico colpo di reni, il Pmi cinese si è riportato la scorsa
settimana sopra l’asticella dei 50 punti (tratto rosso sul grafico seguente). Tanto è bastato a fornire ulteriore propellente ai listini mondiali.

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La Banca Centrale, vale la pena ricordarlo, per contrastare gli effetti del
rallentamento economico ben visibile soprattutto sul finire dell’anno passato, era
nuovamente intervenuta con forti iniezioni di liquidità (pari al 5% del Pil cinese)
alla fine del 2018 e con misure fiscali nei primi mesi del 2019.
Sembrano non interessare a nessuno gli squilibri finanziari che gravano sulla
struttura dell’economia dovuti ad un eccesso di credito erogato da grandi imprese
che fungono da shadow banking per il sistema delle PMI.
Due anni fa in Cina lo shadow financing – per molte imprese unica forma di
finanziamento – garantiva il 22% del credito complessivo; oggi non va oltre il 4%.
Ma per ora sembra andare a tutti bene così.
Evidenze grafiche incontrovertibili ci provengono però dall’indice Shanghai
Composite (tm mensile), reduce da un recupero a dir poco prodigioso.
Lo scorso anno aveva rotto la linea di tendenza rialzista originatasi nel 1996
contribuendo ad affossare tutti i listini mondiali.
Quest’anno l’indice ha recuperato quella trend e adesso prova a catapultarsi al di sopra della figura triangolare che potete tutti valutare.
L’abbrivio definitivo verrà fornito dal ROC a 18 mesi che sembra prossimo alla
rottura della sua trend, replicando la straordinaria vigoria dimostrata nel 2006.

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Nell’ipotesi, è facile pronosticare anche il raggiungimento di target importanti,
come ad esempio i 4500 punti (+40% circa dai valori attuali). Potrebbero occorrere
un paio d’anni. Conditio sine qua non: una ripresa economica non balbettante.
USA
Passiamo agli States che, malgrado il rilascio di dati spesso non esaltanti,
continuano a sovraperformare gli altri listini mondiali.
Proponiamo un rapporto mensile tra lo Sp500 e l’Etf Vanguard Ftse All World al
netto delle azioni Usa (ex Usa).

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Il Know sure thing oscillator (KST) elaborato da Martin Pring è un indicatore
tecnico (di tipo oscillatore) che viene utilizzato per determinare il momentum nei
trend azionari. Si tratta di un indicatore tecnico di tipo oscillatore, che fluttua quindi
sopra e sotto la linea dello zero, provvedendo a fornire segnali di trading basati
sulla divergenza con il prezzo e KST e i crossover delle linee del segnale. La
formula di questo indicatore tecnico, utilizza quattro differenti timeframes per
mostrare il momentum generale e non solo il momentum di uno specifico
timeframe.
Il rapporto raffigurato nel precedente grafico, che è superiore alla MA a 12 mesi, è
chiaramente in una fase di rialzo favorevole agli Stati Uniti e viene sostenuto da
un KST in ascesa. Tuttavia, questa relazione non è andata da nessuna parte
nell’ultimo anno, quindi dobbiamo chiederci se questa attività abbia raggiunto un
top o, in alternativa, stia consolidando prima di una nuova gamba di rialzo. La
differenza non è da poco. Se il rapporto rompe al rialzo, significa che dovremmo
continuare a concentrarci sugli Stati Uniti per i prossimi mesi. D’altro canto,un’inversione al ribasso suggerirebbe la necessità di una maggiore esposizione su
altri indici.

Il grafico successivo mostra la correlazione diretta tra il rapporto di cui sopra e
l’indice del dollaro.

MAX10

Se si nutrono aspettative rialziste sul dollaro, allora sarà legittimo attendere il
break out del triangolo superiore.
L’indice grezzo dell’SP500 (tm settimanale) ci mostra la salita parabolica
innescatasi sul finire del 2018 e ancora in essere mentre scriviamo (5 aprile
2019).

MAX11

Dopo i 2890, nel mirino ci sono ormai solo i massimi del 2018. La statistica ci
informa che, quando i primi due mesi dell’anno risultano così positivi, essi ci
restituiscono, a distanza di tre-sei mesi, ritorni positivi nell’ordine dei 3-10 punti
percentuali.
Dunque, al momento, l’ipotesi alla quale lavoriamo è quella di nuovi massimi.
Non vanno tuttavia esclude anche correzioni ; ma le stesse, almeno fino a
maggio-giugno, andranno intese come occasioni di acquisto. Poi l’andamento
degli indici potrebbe risultare più frastagliato.
E si perchè, se molti lo hanno dimenticato, viviamo, tra l’altro, l’anno americano
preelettorale che non ha mai restituito ritorni negativi.

Jerome Powell ha già dato tutta la sua disponibilità chinando sommessamente il
capo e rimandando sine die i rialzi dei tassi.

Quanto alle aspettattive macro anticipate dal Cesi, l’indice delle sorprese
economiche, esse appaiono talmente compresse che
qualunque prossimo dato nei mesi a venire sarà salutato con favore.

GOLD

L’oro si trova al momento alle prese con importanti resistenze, nell’ordine: 1312,
1334, 1360. Il momento ciclico sembra tuttavia propizio. La positività dell’equity, in
uno alla forza del dollaro Usa, non sono riusciti a debilitarlo più di tanto.

Dunque non lo shorterei.

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Nel chart che segue, tm monthly, individiamo facilmente la resistenza statica che
ha contenuto i tentativi di rialzo del prezzo dal 2014 ad oggi. Essa è posizionata
intorno a 1360. Tuttavia la situazione, a partire da quell’anno, è andata lentamente
migliorando. Il PMO (Price Momentum Oscillator) nel 2014 era sostenuto, oggi
invece lo si raccoglie col cucchiaino, mentre il ROC, negativo del 2014, è oggi più
che positivo. Insomma il Gold potrebbe essere chiamato ad un upgrade
significativo.

MAX13

All the best

dottor Massimo Moschella

dottor Gian MIchele Moschella

60 secondi preziosi.

Salve a tutti,

in 1 minuto vi presentiamo il programma del meeting che terremo sabato 18 marzo a Roma, abbiamo voluto formulare un invito alle donne in maniera concreta, quante chiederanno info riceveranno una scontistica importante:

 

Buon lavoro a tutti !

Enrico Gei

Il punto sull’equity globale del team Moschella.

C’eravamo lasciati sette giorni fa a fissare perplessi l’imminente incrocio degli indici mondiali con le rispettive medie mobili a 200 periodi.
Le mani forti ci hanno tolto da ogni imbarazzo sollevando di prepotenza la maggior parte degli indici al di sopra di quelle asticelle (v. Dja, Spx e Nasdaq daily).
Sicché il successivo ostacolo con cui misurarsi risultano essere adesso i massimi registrati a dicembre 2018.
L’Rsi a 14 periodi accenna appena a surriscaldarsi nel contatto con l’area di ipercomprato.

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E si che notizie non proprio esaltanti erano giunte dal fronte macroeconomico che ha confermato l’avvio di una congiuntura internazionale non proprio rassicurante.
Ciò nonostante i big investors non hanno fatto mancare denaro in acquisto, probabilmente rassicurati dalla complicità mostrata dalla Fed.
Mi é sembrato anzi un deliberato piano ben orchestrato ai danni del parco buoi, assistito financo dalla insolita forza esibita dall’oro che va a rivedere, eccezionalmente, i 1331 $ e a fare mostra sul petto di una golden cross.
Nulla da fare per i piccoli traders che subiscono comprensibilmente l’insacco.
I time frame settimanali non suonano una musica diversa. Il Price Momentum Oscillator non ha ancora incrociato, é vero, ma l’Rsi si é gia’ portato senza esitazioni sopra il valore di 50.

 

 

Il Vix asseconda questo catenaccio a centrocampo indugiando oltre misura intorno al valore di 15 (v. Vix daily), apparentemente prigioniero della media semplice a 100 periodi sul weekly.

 

 

Insomma, un gioco ordito per spiazzare oltre ogni ragionevole logica.
E se qualcuno di voi sta pensando che a farne le spese é stato il comparto del reddito fisso, beh spiacente di deludervi. Hanno pagato dazio solo i nostri Btp.
Sarà un anno destinato a stupire.

All the best

Massimo e Gian Michele Moschella

Massimo e Gian Michele Moschella: la curva dei rendimenti invertita.

Una breve discussione odierna con un caro amico ci ha ispirato le seguenti elementari riflessioni.

Con l’espressione “curva dei rendimenti invertita” s’intende una situazione di mercato in cui i tassi offerti per le scadenze più lunghe sono inferiori rispetto a quelli offerti per la parte a breve della curva , ossia quelli fino a 2 anni.

La scelta fra le due diverse scadenze è guidata dalle aspettative che gli investitori elaborano sulla futura evoluzione dei rendimenti ad un anno.

In caso di aspettative rialziste dei tassi, essi preferiranno investire nella strategia di rolling, in modo da poter investire a scadenza il proprio capitale in bond con rendimenti maggiori.

In caso di aspettative ribassiste, invece, un investitore razionale sarà più propenso a riversare il proprio capitale sul bond decennale.

La même chose accade nella scelta di un mutuo: se l’aspettativa è quella di un ribasso dei tassi è gioco forza scegliere un mutuo a tasso variabile. Diversamente si opterà per il tasso fisso. Nel nostro esempio il bond decennale ha il ruolo del mutuo a tasso fisso, in quanto ci permette di bloccare il rendimento in maniera sicura, mentre la strategia di rolling è paragonabile al mutuo a tasso variabile.

Un incremento delle preferenze di acquisto del bond decennale porta, per la legge universale della domanda e dell’offerta, ad un incremento del suo prezzo e conseguentemente ad una riduzione del suo rendimento. Se questa diminuzione è consistente, ecco che la curva s’inverte.

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Cosa determina tale disequilibrio e dunque l’inversione della curva?

L’affermarsi di un’aspettativa ribassista sui tassi a breve futuri.

Cosa genera un’aspettativa dominante di tassi a breve in declino?

La concreta prospettiva di una recessione economica.

Ai primi segnali recessivi, infatti, le BC intervengono abbassando i tassi a breve.

Di conseguenza, un’aspettativa di recessione si traduce in un’aspettativa di tassi a breve futuri minori.

Ma cosa innesca la prospettiva di una recessione economica? L’azione delle BC. Qualora l’azione delle banche centrali di alzare i tassi a breve venga mal percepita dal mercato, questa sarà la premessa logica per un’aspettativa di caduta in recessione nel futuro (cui seguono tassi bassi futuri per contrastare la recessione). Una curva invertita è dunque conseguenza dell’azione di una banca centrale che alza i tassi a breve termine e di un’interpretazione del mercato che porta la parte lunga della curva a scendere sotto il livello della parte a breve.

Proprio a causa di questo forte nesso logico, l’inversione della curva è sovente usata in letteratura come predittore di crisi economiche. Basti pensare che le ultime sette recessioni economiche sono tutte state precedute da un’inversione della curva.

Ecco spiegato il tentativo di Trump di bloccare in extremis i programmati aumenti dei tassi ufficiali in Usa.

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Tuttavia, l’ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke recentemente ha messo inaspettatamente in guardia da una lettura eccessivamente allarmistica dei segnali provenienti dalla curva dei rendimenti (che si è notevolmente appiattita proprio nell’ultimo mese).

Il banchiere – proprio quello che causò l’ultima inversione della curva nel 2006 a cui seguì la recessione del 2008 – sostiene oggi che tale indicazione abbia perso di efficacia alla luce delle distorsioni del mercato causate dalle banche centrali.

Bernanke ritiene, questa volta, che sarebbe un errore pensare che l’inatteso appiattimento della curva dei rendimenti USA segnali una recessione incombente.

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Noi invece restiamo ancorati alla scuola più tradizionale, e attendiamo – inalterata la politica della Fed nota ad oggi – i primi segnali recessivi nel 2020. Mese più, mese meno. Confermiamo pertanto le indicazioni già fornite nei seminari di Scattacoltrend e Finanza Strategica di gennaio, marzo e ottobre 2018.

Aggiornamenti ulteriori giungeranno dai prossimi meeting in programma da febbraio 2019 in poi.

P.S. L’Europa invece ha fatto già più strada su questo cammino…Ma questa è un’altra storia.

All the best

dott. Massimo Moschella

Financial Analyst & Economic Strategist

dott. Gian Michele Moschella

Financial Analyst & Business Developer

 

L’incognita Turchia sotto la lente del dr. Massimo Moschella.

Non nego che mi costi fatica scrivere sotto il sole africano. Ma mi imbarazza di più condividere commenti e analisi soltanto con pochi amici e investitori con cui ho più familiarità. La conoscenza (o quella supposta tale) deve essere condivisa.
Rompo pertanto la vostra quiete agostana riassumendo i contenuti di molte conversazioni.

La Turchia affonda e trascina giù i mercati. Nel giorno più nero per la lira turca, la moneta arriva a perdere oltre il 15% contro dollaro ed euro e scatena il contagio tra borse europee e Paesi emergenti.

Erdogan però rilancia. Attacca le “lobby dei tassi d’interesse” che conducono “campagne” contro Ankara e promette: “Non perderemo questa guerra economica”. Una crisi che scoppia nel pieno di un durissimo scontro con gli Stati Uniti. E l’ultima spinta a un’economia sull’orlo del precipizio arriva direttamente da Donald Trump via Twitter: “Ho appena autorizzato un raddoppio dei dazi sull’acciaio e l’alluminio della Turchia in quanto la loro valuta, la lira turca, è in rapido calo nei confronti di un dollaro molto forte. I dazi sull’alluminio saranno ora al 20% e quelli sull’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni al momento”.

Ankara risponde subito al mittente: “Non è da Stato serio, reagiremo al raddoppio delle tariffe e ci difenderemo”. Sorvegliata speciale da mesi – lo paventavo già all’establishment marocchino qualche mese fa – la Turchia ha visto precipitare la situazione con l’aggravarsi dello scontro con gli Usa.
La missione riparatrice inviata in fretta e furia da Erdogan a Washington non ha sortito gli effetti sperati. Così in serata il Sultano ha sentito Vladimir Putin, cercando una sponda e suggerendo nuove oscillazioni sull’asse Nato. Ma il braccio di ferro rischia di essergli fatale.

Ieri la lira ha abbattuto record negativi a ripetizione, fino a toccare quota 6,5 sul dollaro. Per molti analisti, il punto di non ritorno e’ ormai vicino, intorno a 7. Da lì, potrebbero essere inevitabili ricette estreme, da un intervento del Fondo monetario internazionale al controllo dei capitali. Anche i bond sovrani di Ankara hanno segnato nuovi massimi di rendimento. E’ il rovescio della medaglia di un’economia che ancora nel primo trimestre di quest’anno ha fatto segnare una crescita di oltre il 7%, ma resta fortemente dipendente dall’afflusso di capitali stranieri.

La crisi rischia di far vacillare anche lo strapotere di Erdogan nella Turchia che oggi trattiene 3,5 milioni di rifugiati siriani in accordo con l’Europa. Le conseguenze per noi europei sarebbero nefaste.

Intanto, a calmare i mercati ci prova il super-ministro del Tesoro e genero di Erdogan, Berat Albayrak, che torna a promettere “piena indipendenza” della Banca centrale e “forte lotta” all’inflazione. Una guerra che per ora penalizza pure il Vecchio Continente, che di Ankara resta il partner commerciale privilegiato.

L’euro è sceso ai minimi contro il dollaro da oltre un anno. Duramente colpite soprattutto le banche internazionali, esposte sul mercato turco per 265 miliardi di dollari. Una preoccupazione già manifestata dalla vigilanza Bce, secondo il Financial Times. Tra gli istituti più esposti ci sono la spagnola Bbva e la francese Bnp Paribas, insieme a Unicredit, che detiene il 41% di Yapi Kredi, quarta banca privata turca. Male anche lo Spread tra Btp e Bund, che ha sfiorato quota 270. E l’onda d’urto non ha risparmiato gli altri mercati emergenti, dall’Argentina al Sudafrica.

Anche l’America di Trump paga pegno.
La buona notizia e’ che la crescita degli utili del secondo trimestre è stata persino migliore rispetto al trimestre precedente e l’orientamento positivo dei dirigenti implica un certo livello di ottimismo per il resto dell’anno.

La cattiva notizia è che tutto questo è ora scontato sul mercato, che nelle prossime settimane rischia di arrestare la correzione in atto solo quando agli investitori giungeranno notizie più importanti.

L’S & P 500 venerdì è sceso dello 0,7%, trasformando quello che sarebbe stato un modesto guadagno settimanale in una perdita e disegnando una brutta candela weekly che avrà un antipatico seguito.

L’indice è cresciuto di circa il 6% da inizio anno.
A me non sembra un consuntivo brillante se si considera che gran parte di tale progresso è stata sostenuta da una crescita stellare degli utili e da un’economia che non sta mostrando ancora il suo inevitabile epilogo.
Le tariffe doganali riviste al rialzo non hanno ancora dispiegato i loro virulenti effetti e dunque non hanno avuto tempo di influenzare i profitti delle grandi multinazionali.

Prima di arrivare alla stagione degli utili del terzo trimestre dovremo affrontare le elezioni di medio termine. Potrebbe non essere un facile scoglio per l’amministrazione di Donald.

La prossima settimana saremo in grado di valutare la salute del consumatore americano.
I dati sulle vendite al dettaglio sono previsti per mercoledì alle 8:30 am, mentre durante la settimana leggeremo i bilanci delle aziende che misurano la propensione al consumo medio, tra cui Home Depot Inc. HD, Macy’s Inc. M e Walmart Inc. WMT.
A parte le vendite al dettaglio, gli investitori apprenderanno la produttività alle 8:30 e la produzione industriale alle 9:15 di mercoledì.

Potrebbero gli Stati Uniti essere all’inizio di un rallentamento economico nonostante il forte stimolo fiscale fornito dalla riduzione delle tasse.
Potrebbero, ma dio non voglia.
In tal caso addebiterei l’effetto alla Fed che sta aumentando, e ha in animo di farlo ancora, i tassi di interesse.
Ma come darle colpe?
L’inflazione torna a fare capolino e la disoccupazione è sui minimi di sempre.
Nell’attesa della recessione prossima ventura, le cartucce dei tassi devono essere ripristinate al più presto. Lo impongono i cardini della politica economica.
Peraltro un dollaro forte può anche iniziare a pesare su esportazioni e profitti.
Cio’ detto, non vedo una recessione imminente, ma scorgo i prodromi della stessa e prendo atto di segnali diffusi di debolezza economica (Europa sopratutto) e finanziaria (over tre world).

Corre l’obbligo di eccepire altresì che il Cesi Usa è sceso da un valore di 84.5 del dicembre 2017 a -13.9 dello scorso lunedì.
L’indice dei manager di acquisto è sceso da 59.1 del mese di giugno a 55.7 del mese scorso. Questo è il valore più basso da agosto 2017. Parimenti i nuovi ordini sono scesi da 63.2 a 57.0.

Segnalavo in un recente passato anche l’inesorabile appiattimento dell’edilizia residenziale. Così é stato: – 4.9% anno su anno. Risultano in aumento anche le ipoteche, ulteriore segnale di disaffezione verso l’acquisto di abitazioni familiari.

In rallentamento anche il mercato delle vendite dei veicoli a motore: da 17.7 milioni di unità durante febbraio 2016 a 17.3 milioni di unità in luglio 2018.
É il punto più basso da novembre 2010.

Insomma, il mercato dei millennials e’ in regressione: dall’acquisto di case a quello delle auto.
Ma si sa, i millenials sono sono per lo più minimalisti. Molti sono singol e si limitano ad affittare le abitazioni piuttosto che comprarle.
Né hanno motivo di utilizzare una macchina, per non parlare di camion leggeri. Oggi preferiscono servirsi di Uber o noleggiare biciclette.

Quanto agli indici:
A. lo Spy ha fatto segnare un doppio massimo su tm weekly (fig. 1) con PMO che stoppa il proprio slancio.

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Su tm daily (fig. 2) notiamo la brutta candela di chiusura giornaliera e il PMO che sta per incrociare al ribasso. Gli indicatori di mercato a breve e medio termine sono in evidente divergenza negativa.

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Annunciano una prossima settimana densa di difficoltà (fig. 3 e 4).

B. il miglior numero è quello in cui si esibisce il dollaro Usa: da un wedge ribassista ne esce con un vistoso gap up accompagnato da un PMO che incrocia al rialzo. Mai vista ‘na roba del genere (fig 5)

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Il settimanale a questo punto sembra puntare con decisione verso i massimi di periodo (fig. 6).

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All the best

Dott. Massimo Moschella
Financial Analyst & Economic Strategist

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Il punto di Massimo Moschella sul ciclo economico.

IL CICLO ECONOMICO E’ MAGGIORENNE

E’ finito il primo semestre sui mercati mondiali e noi tentiamo, come di consueto, di fotografare lo stato dell’arte.

Il 2018 passerà probabilmente alla storia come l’anno di evidente frenata di tutte le assets class.

I gestori internazionali stanno infatti sudando non poco per cavare sangue da una rapa, cioè per scovare residui di redditività dagli usuali strumenti finanziari.

Dall’inizio dell’anno le rivalutazioni di indici azionari, titoli a tasso fisso o variabile e commodities fanno fatica a distaccarsi dallo 0…, laddove non evidenzino proprio performances negative.

E il bello è che l’economia sta viaggiando con il vento a favore… Le condizioni economiche globali, infatti, sono al punto più favorevole degli ultimi dieci anni.

Questo vale sicuramente per gli Stati Uniti, dove il ciclo economico è ampiamente maturo. L’Europa invece, malgrado il forte sostegno espresso dalle politiche  quantitative (fornito probabilmente con qualche anno di ritardo), non ha mai recuperato, nella sua coralità, le condizione pre – Lehman.

E il prossimo anno comincerà a portare con sé delle inevitabili diminutio (contrazione del Pil, aumento della disoccupazione e dei tassi).

Agli investitori che mi chiedono se entrare adesso sui mercati, sto consigliano pazienza. A quelli che sono già investiti, prudenza e stop alti. Peraltro, storicamente, i mesi con correzioni più significative sono sempre stati quelli di luglio, agosto, settembre e ottobre.

I mesi con il più elevato numero di crash risultano parimenti quelli di agosto, settembre e ottobre.

L’analisi dei tre principali indici americani, ci restituisce grafici impostati al rialzo, con prezzi sia sopra la mm50  che la mm200, non lontani tuttavia dai massimi di inizio anno (charts 1,2,3)

Ringrazino tutti i 5/6 titoli tecnologici del Nasdaq senza i quali i rialzi sarebbero ad oggi manchevoli di circa il 60 %.

Il MSCI appare in congestione triangolare (continuazione?) nella versione completa e piuttosto riflessivo senza gli aggregati americani (chart 4)

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Un pò più in difficoltà il colosso cinese. La guerra dei dazi non è senza effetti per i mandarini (chart 5)

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Quelli che sembrano, al momento in cui scrivo, aver preso una brutta piega, sono gli indici della cara, vecchia Europa, in fase di retest di un’importante resistenza statica (chart 5bis)

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Approfondendo il discorso, possiamo individuare un gruppo di borse inseguite (Francia e Svizzera chart 8) e un gruppone di inseguitrici; Gran Bretagna, Germania, Svizzera (ultime Italia, Spagna e Grecia chart 9)

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A parte queste brevi considerazioni, non si rilevano sui mercati nemmeno grossi e immediati macro segnali di alert.

Gli indici del Vix son adagiati placidamente sulla battigia (charts 6 e 7)

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Il CESI riesce ancora a galleggiare sopra la linea dello zero (chart 10)

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Il Consumer Confider Index (chart 11) è sui valori più alti di sempre, se si escludono quelli dei mitici anni 1999-2000.

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Al contrario il Consumer Sentiment Index non cresce più dal 2017. Ci avvisa che, con la dovuta calma – probabilmente in coincidenza con la prossima recessione – i due valori tenderanno a riallinearsi verso il basso, come è successo più volte in passato.

Le aspettative d’inflazione hanno ripreso a dare segnali di vita ma sono ancora ben lontane da livelli di guardia (chart 12).

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Anzi una crescita dei prezzi fino al 2,5% – 2,6% annuo certificherà soltanto l’ulteriore (e finale) maturità del ciclo.

Il Margin Debt è sui massimi di sempre: finchè continueranno ad affluire nuovi capitali, garantiti dalla consegna di titoli che si apprezzano ancora, non c’è ragione di rompere il gioco (chart 13).

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L’Optimism Index espresso sullo Small Business è su un triplo massimo. Una rondine difficilmente fa primavera. Ma continueremo a monitorarlo con maggior attenzione (chart 14).

14

Il Put/call ratio del Chicago Board of Options Exchange non ci segnala, al momento, situazioni di tensione, sebbene valga la pena ricordare che siano prossime le scadenze tecniche (chart 15).

 

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I sussidi iniziali di disoccupazione sono sui minimi di sempre (anno 1973) se si escludono quelli del 1969 (chart 16).

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E’ questa, a mio modestissimo avviso,l’anomalia più vistosa e rischiosa. La fionda è ben tesa. Il repentino rilascio – cioè una ripresa della disoccupazione – ha innescato sempre in passato una recessione.

L’anno 2019 dovrebbe essere dirimente sul punto.

la situazione tassi Usa è ingessata da alcuni mesi. Tassi a 2 anni e tassi a 10 anni sono lì lì per baciarsi (chart 17).

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L’eventuale rottura dei recenti massimi relativi di 3,10 %, se e quando avverrà, darà l’avvio probabilmente al capovolgimento di fronte che taluni si aspettano. ma credo che dovremo aspettare di vedere i tassi sulla soglia del 4-5 % per avvertire veramente il panico tra gli investitori (chart 18).

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L’attesa dovrebbe essere di circa due anni, mese più mese meno, escludendo death cross significative e imponderabili cigni neri (chart 18 bis).

18bis

Sotto questo profilo, nell’Eurozona dormono invece sonni tranquilli. Solo noi italiani possiamo accusare qualche motivo di preoccupazione – politico ed economico – con tassi che sfiorano sul decennale il 2,6% (chart 19)

19

Tutto è rimesso ovviamente nelle mani della BCE, che si appresterebbe (il condizionale è più che mai d’obbligo), con l’inizio del prossimo anno, a mutare Presidente e dunque approccio concettuale alla problematica. Le previsioni su questo fronte ci hanno abituato a grosse sorprese. Quindi un “wait and see” sulla questione mi sembra appropriato.

Nel malaugurato caso di una recessione precoce (ipotesi soltanto di scuola), solo gi Stati Uniti avrebbero veramente cartucce da sparare (chart 20).

20

Noi annasperemmo tra un vuoto d’aria e il vuoto sotto i piedi.

Roma, 18/07/2018

dott. Massimo Moschella

Economic Strategist & Financial Analyst

 

 

 

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