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Sulla possibile inversione della tendenza secolare al ribasso dei tassi USA.

Massimo e Gian Michele Moschella in una nuova approfondita disamina
Nel momento in cui scriviamo è probabile che la buona maggioranza dei nostri lettori qualificati, sia convinta della ineluttabilità di uno o più tagli dei tassi americani nel futuro prossimo venturo.
In verità ne siamo moderatamente convinti anche noi, ma il ragionamento che ci accingiamo a fare va al di là dei prossimi mesi.
Il Presidente Trump, andando contro la palese ritrosia del governatore della Fed, Jerome Powell, e di qualche altro banchiere centrale, pare sia riuscito temporaneamente ad imporre un approccio molto dowish alla questione.
Motivi per rendere il denaro meno caro obiettivamente oggi non se vedrebbero al di là dell’Atlantico. L’economia americana è infatti una locomotiva lanciata a velocità sostenuta. La disoccupazione continua a declinare ben al di sotto dei valori strutturali. Nel secondo trimestre del 2019 il PIL ha registrato un incremento del 2,1% dopo il +3,1% del trimestre precedente. La lettura è migliore delle attese degli analisti, che prevedevano un incremento meno marcato all’1,8%. Disaggregando il dato emerge come la componente dei consumi sia stata particolarmente brillante: le spese per consumi hanno registrato un progresso del 4,3% dopo il +1,1% del trimestre precedente. L’inflazione non desta al momento nessuna preoccupazione (+1,6). In passato, già in altre 16 occasioni la Fed ha tagliato il Fed Funds rate con il mercato sui massimi. Dopo 12 mesi lo S&P 500 si è collocato SEMPRE a livelli superiori.
Ovviamente sotto il tappeto gli americani nascondono parecchia sporcizia.
La curva rappresentata dal tasso del decennale meno il tasso dei Federal Funds è scesa, per la prima volta dopo dodici anni, sotto la linea dello zero (in verticale sono indicate le crisi innescate in passato da un evento simile).
10 y - Fed Funds
Per carità, è vero pure che il mondo finanziario è cambiato tanto nell’ultimo decennio.
Le Banche Centrali, una volta entità astratte ed immateriali, presidiano oggi come cerberi tutti i segmenti del mercato avendo fatto dell’intervento monetario la regola e non più l’eccezione.
Vedremo come il prossimo anno reagiranno al declino della Yield Curve 2 anni/10 anni di seguito postata.
2 y fratto 10 y
Inoltre, secondo i dati della Federal Reserve , negli ultimi nove anni le aziende statunitensi, grazie proprio alla grande abbondanza di liquidità, hanno speso 3,8 mila miliardi di dollari per acquistare azioni proprie. Non v’è dubbio che i cc.dd. buy-back siano operazioni destinate ad incoraggiare una visione di breve termine da parte del management e tendano ad alterare l’utile per azione (che può essere spinto al rialzo in maniera artificiale) e le altre metriche utilizzate per calcolare la redditività e il valore di una società.
Ma non è questa oggi la sede per affrontare tali problematiche né lo scopo del presente studio.
Che invece si propone di valutare se la tendenza secolare al ribasso dei tassi Usa possa volgere, relativamente parlando, al termine.
Prendiamo in considerazione il tasso sul quinquennale Usa.
Nel chart che segue, adottiamo un time frame mensile, a cui aggiungiamo un Rsi a 14 periodi, un Macd classico (12, 26, 9)c e un Roc (Rate of change) settato a 12 periodi.
5 years US Treasury yield
Per chi non lo avesse presente, il Rate of Change (ROC) è un indicatore di Momentum che misura il cambiamento percentuale del prezzo nel periodo di riferimento. Viene calcolato confrontando il prezzo attuale con il prezzo di “n” periodi indietro. Con i valori così calcolati, viene generato un indicatore che fluttua al di sopra e al di sotto della linea dello zero, a seconda che assuma un valore positivo o negativo.
L’esistenza di una tendenza secolare al ribasso del tasso è fuori discussione. Il grafico parte dal 1997 ma l’inizio della sequenza è ben più antica.
Cosa possiamo osservare?
  1. Detta tendenza, caratterizzata da massimi e minimi decrescenti, si è interrotta tra il 2012 e il 2013 con inversione ben visibile tra il 2016 e il 2017, periodo in cui si è registrato il primo minimo crescente.
  2. Ogni volta in cui il Roc è sceso abbondantemente sotto la linea dello zero (tra il -40 e il -20), si è innestata una reazione al rialzo. Dal 1997 ne contiamo almeno nove. Se ciò è vero, la decima potrebbe essere in fase di gestazione e spingere il tasso sul quinquennale al rialzo. Anche l’Rsi sta per produrre un flesso positivo.
Poiché una rondine non fa primavera, ho inteso dare una occhiata al tasso sul decennale e sul ventennale Usa. Entrambi i grafici che seguono sono settati come il precedente.
10 years US Treasury yield
20 years US Treasury yield
Cosa dire?
Anche in questi altri due scenari, tra il 2016 e il 2017 sembra essersi prodotta l’inversione della tendenza al ribasso. L’Rsi e il Roc hanno disegnato figure di reazione identiche a quelle viste sul quinquennale.
Conclusioni:
se, e solo se, i tassi rispetteranno le linee orizzontali di supporto/resistenza che ho tracciato su ciascun grafico, esistono buone probabilità di vedere salire i tassi Usa nel medio termine. Per quanto ciò possa apparire al momento un’ipotesi remota.
All the best
TEAM MOSCHELLA

IL TEAM MOSCHELLA: IL CICLO PRESIDENZIALE E GLI INDICI.

TEAM MOSCHELLA

E’ estremamente probabile che tutti i miei elettori siano già consapevoli
dell’influenza che il ciclo elettorale statunitense ha sul mercato azionario a stelle e
strisce. Ciò non di meno rispolvereremo alcuni concetti basilari per adattarli al
momento attuale.
Il grafico seguente illustra il predetto ciclo quadriennale con riferimento al
comportamento mediano del DJIA a partire dal 1900.

1 art

Negli ultimi 116 anni, il DJIA ha registrato in media le migliori performance durante
gli anni elettorali e pre-elettorali (è il nostro caso); mentre il mid-term è il periodo
solitamente più debole. In effetti il 2018 è stato un anno da dimenticare per i
mercati Usa, mentre quello attuale promette, ALLO STATO, di lasciare un buon
ricordo di sé agli investitori. Al netto delle fisiologiche prese di beneficio come
quelle a cui stiamo assistendo negli ultimi giorni.
L’Sp500 e il Nasdaq – come avevamo pure intuito nel nostro ultimo briefing di fine
marzo – sono riusciti infatti a ritoccare i loro massimi di sempre. Lo stesso hanno
fatto altri indici esotici. L’Europa da questo punto di vista si è mostrata molto più
attardata. Nessuno degli indici principali (Mib, Dax, Cac e Ibex, vedi figura
seguente) ha fatto segnare nuovi massimi. Ma le soddisfazioni per gli investitori
non sono mancate visto che il bilancio da inizio anno è ancora ampiamente
positivo.

2 art

Il fenomeno in sé non può destare meraviglia visto che le rispettive macchine
dell’economia sono mosse da motori completamente diversi.
L’America continua a sfornare dati macro sorprendenti (anche troppo, molto più in
là non credo sia possibile andare) mentre l’Europa arranca sotto il peso di odiosi
fardelli: una unione politica ed economica mai realizzata, l’invecchiamento della
popolazione e il conseguente calo della produttività, la manifesta incapacità di
dominare le tecnologie più innovative. Osservando quanto accaduto tra il 1950 e il
2014 nei paesi europei, si è riscontrato che a un aumento del 5% nella quota di
lavoratori 55-64enni, la produttività complessiva del lavoro è diminuita del 3%.
Come possibili antidoti, gli economisti suggeriscono interventi per migliorare la
qualità dei servizi sanitari (e dunque la salute di lavoratori sempre più anziani),
politiche attive per il lavoro focalizzate sulla formazione permanente, un taglio del
cuneo fiscale sul lavoro, investimenti in ricerca e sviluppo. Ma l’Unione Europea si
mostra sorda a questi rimedi. Parimenti si rivela incapace di creare – o incentivare
la creazione di – nuovi sistemi in grado di avere un impatto positivo sulla vita
economica, sociale e sulla sicurezza dei paesi membri.
Ricordiamo che la nascita di una nuova tecnologia dipende sostanzialmente da tre
fattori:

1. l’acquisizione di nuove conoscenze;
2. la loro utilizzazione per creare nuovi strumenti o modi d’agire (lo “sviluppo”
della tecnologia);
3. la diffusione della tecnologia una volta sviluppata, i problemi etici e sociali
sollevati dalla sua applicazione.
Nulla di tutto ciò viene nemmeno tentato da Bruxelles, che ha subìto invece – al
pari di un qualsiasi apparato bancario – la “finanziarizzazione” delle sue funzioni.
Ogni manovra o ragionamento ha come punto di partenza ed epilogo il settore bancario. Che oltretutto pesa sfavorevolmente sui nostri listini tradizionalmente
zeppi di banche e poveri di industrie.
Oltre oceano, invece, hanno compreso da lungo tempo che l’hi-tech è il settore
strategico in assoluto. Anche perchè è l’indicatore forse più significativo del
benessere economico di un paese. Il 20% dei beni scambiati ogni anno tra i
vari paesi è ad alta tecnologia. E il settore è fortemente in crescita: è aumentato
di 5 volte tra il 1990 e il 2016. Oltre un quarto dell’export di beni ad alta tecnologia
avviene a opera della Cina (compresa Hong Kong). Ben 9 paesi tra i 20
maggiori esportatori sono asiatici. Non ci si può stupire quindi del fatto che
Trump percepisca il Celeste Impero come il nemico pubblico numero uno. Se i
mercati azionari europei hanno avuto l’andamento mostrato nel grafico
precedente, la spiegazione va ricercata anche nel fatto che l’hi-tech in Francia
rappresenta il 30% dell’export totale, in Germania il 20% mentre in Italia e in
Spagna non si va oltre il 10%. Ragion per cui il futuro (soprattutto quello dei nostri
figli) non è nel vecchio continente ma nel sud-est asiatico. Ci piaccia o non ci
piaccia la loro cucina.

Senza volerlo abbiamo introdotto il tema dei negoziati sui dazi tra Stati Uniti e
Cina che, al momento, risultano interrotti con imposizione da parte americana di
quelle tariffe che erano state sospese lo scorso dicembre. La scelta di Trump è
stata punita con la peggiore settimana che l’anno in corso abbia visto sui mercati
finanziari. I principali perdenti della settimana sono stati, manco a dirlo, i titoli
tecnologici sensibili al commercio internazionale. Quanta ulteriore
debolezza/volatilità potrà ancora tollerare il candidato al prossimo mandato?
Crediamo non molta. Anche perchè la Cina ha disertato scientemente ben due
aste consecutive di titoli di stato: quella del 7 maggio (il giorno dopo l’annuncio
di nuovi dazi da parte di Trump) quando il Tesoro ha chiuso con un fiasco il
collocamento di 38 miliardi di titoli a 3 anni, e quella dell’8 maggio su 27 miliardi di
dollari di bond decennali.
Se il presidente Xi voleva inviare un messaggio agli Stati Uniti sulle conseguenze
finanziarie di una guerra commerciale a colpi di dazi, è chiaramente riuscitO nel
suo intento.
Nel grafico successivo abbiamo miscelato insieme gli indicatori di volatilità
sull’Sp500, sul Nasdaq, sul Dax e sull’Eurostoxx.

3 art

La fiammata di qualche giorno fa potrebbe rientrare completamente nel corso
dell’attuale mese. E se anche dovessero arrivare successivamente degli ulteriori
minimi (non mi sentirei di escluderlo), per tutto quanto sopra detto sarebbe ALLO
STATO poco probabile che il 2019 si chiuda con risultati molto deludenti. Gli
shortisti di lungo corso se ne facciano una ragione.
Siamo pur sempre in presenza del secondo ciclo economico più esteso
nella storia degli Stati Uniti d’America dal 1854. E se la crescita dei
fondamentali Usa dovesse proseguire oltre maggio 2019, diverrebbe il ciclo
più longevo di tutta la storia americana. La earnings season del primo trimestre
volge al termine, con l’80% delle società dell’Sp500 che ha riportato risultati
migliori delle previsioni degli analisti (che mestiere ingrato quello dell’analista!).
Il rischio di earnings recession, che pure avevamo paventato ad inizio anno,
sembra per il momento scongiurato. Se ne può concludere che avvisaglie di
recessione economica non faranno capolino prima di 12-18 mesi.

Al netto di probabili e salutari correzioni come quella in corso – la Ema 200 passa
a 2770 di Sp500, a 7150 di Nasdaq 100, a 11870 di Dax e a 20700 di Mib
(ATTENZIONE a quest’ultimo listino! E’ pericolosamente vicino alla sua media
mobile a 200 periodi) – il buon senso indurrebbe a dare ancora moderata fiducia
all’equity, per lo meno a quella al di là dell’oceano.
Dall’osservazione del grafico settimanale dell’Sp, notiamo che l’EMA a 20 periodi
(linea verde) ha per ora ben intercettato la caduta dei prezzi.
La quale ha trovato anche il forte supporto dei 2823 punti che in passato aveva
creato all’indice non poche difficoltà.

4 art

La risalita dai minimi di dicembre 2018 è stata indubbiamente folgorante.
E’ probabile adesso che il ritmo divenga più quieto a meno che Trump non forzi la
mano sui trattati sino-americani. Oppure che il suo omologo cinese non si lasci
tentare dal sottile piacere di prolungare la vendetta.
Intuitivamente, si suonerebbe tutta un’altra musica al di sotto dei sopra citati
supporti.

L’indice dell’usd ci restituisce l’immagine di una valuta forte che tuttavia lavora
silenziosamente alla formazione di un wedge ribassista. Nel breve termine, nel
peggiore dei casi, mi aspetterei al più il classico ritorno sulla base inferiore del
canale (96,70-96). L’alternativa rialzista consente di ipotizzare la formazione di un
doppio massimo in area 98,30.

5 art

L’osservazione del grafico del Gold consente una pluralità d’interpretazioni:
1. prezzo ingabbiato in un canale fortemente ribassista;
2. prezzo ritornato in un canale moderatamente rialzista originatosi nell’agosto
del 2018;
3. prezzo vicino alla neckline di un probabile H&S ribassista la cui negazione
riporterebbe i prezzi in area 1380-1390; al contrario la sua attivazione
rispedirebbe i prezzi intorno ai 1210-1220 dollari l’oncia.
La verità incontestabile è che il prezzo è compresso tra l’EMA 50 e quella 200 (+
quella a 320 periodi) che distano tra loro scarsi 10 punti.
L’attesa dunque è quanto mai d’obbligo.

6 art

A chi vorrà ritornare su queste valutazioni e discuterne con noi di persona,
propongo un doppio appuntamento live:
3 giugno 2019: Lama (TA), ore 09:00-18:00, in compagnia di Sante Leone;
15 giugno 2019: Roma, ore 09:00-18:00, in compagnia di Enrico Gei.
Per info e prenotazioni, potete scrivere a moschella.massimo@gmail.com.

All the best
dott. Massimo Moschella
dott. Gian Michele Moschella

 

Il punto alla fine del primo semestre 2019, di Massimo e Gian Michele Moschella.

Alla scadenza del primo trimestre 2019, è opportuno un aggiornamento dei
ragionamenti fatti e condivisi finora con i nostri lettori, soprattutto col pubblico
presente in aula al recente seminario di Roma.
Come detto in apertura dello stesso, i tassi di crescita reale dell’economia, rispetto
al 2018, sono previsti in flessione sia per il 2019 che per il 2020.

MAX1

E questo è un dato che si può ampiamente confermare.
Le releseas dei primi tre mesi dell’anno sono state sostanzialmente deludenti, con
la sola eccezione delle richieste di disoccupazione Usa che si candidano per il
concorso “le più basse di sempre”.

MAX2

Esse infatti sono già le più contenute degli ultimi quarantacinque anni, inferiori, in
ogni caso, a quelle che diedero il via alle ultime cinque recessioni (zone
ombreggiate in azzurro).
A questo punto, qualcuno potrebbe legittimamente avere l’impressione che le
banche centrali siano riuscite a cancellare tutti i mali della società attuale,
recessioni comprese.
Non è così. Sono solo intervenute più pesantemente sul controllo degli aggregati
finanziari. Questa condotta è sì capace di esaltare i successi e mettere in ombra
le difficoltà dei sistemi economici, ma non per sempre.
Come si direbbe a proposito degli artifizi umani che deviano il corso naturale dei
fiumi, essi finiscono per avere un “pericoloso impatto sull’ecosistema fluviale e sul
territorio circostante”.
Manco a dirlo, una recente sentenza della Corte di Giustizia europea ha stabilito
che la deviazione del corso di un fiume può essere ammessa, in linea di principio,
se ci sono motivazioni di rilevante interesse pubblico come quelle per fini
idropotabili o irrigui. Tuttavia, nel caso di siti di importanza comunitaria, qualora
non intervengano adeguate misure di compensazione il progetto può anche
essere stoppato.
Il problema risiede nel fatto che la Banche Centrali non hanno avuto né mai
avranno un controllore o un giudice che valuti il loro operato. E dunque tirano
dritto senza timori di essere stoppate. Sarà l’ecosistema economico e finanziario a
rigurgitare, a tempo debito, le loro manovre.
Il grafico seguente ci dà un’idea generale dell’incidenza dei Qe sulla crescita dei
singoli assets. Senza l’inoculazione forzata di adrenalina, l’SP500 probabilmente
si aggirerebbe intorno ai 1200 punti. Che sarebbe comunque non poca cosa
considerati i livelli cui era pervenuto nel febbraio 2009 (circa 660).

MAX3

Il Consumer Confidence Index ci racconta invece una storia parzialmente diversa.

MAX4

Ci dice che l’attuale congiuntura economica non è riuscita a riprendere i massimi
di sempre segnati nel 2000. L’indice ha cozzato contro la resistenza statica
coincidente con i massimi del 1998 ed è tornato indietro. Adesso duetta con il
supporto rappresentato dai massimi del 2001 e, in caso di rottura, è facile
prevedere che si appoggerà sul supporto offerto dai massimi del 2002-2007. Sotto
il quale, imho, potrebbe scatenarsi un brutto temporale.

Devo poi una spiegazione e una precisazione a tutti coloro che hanno ascoltato il
mio intervento sulle curve dei tassi.
Nel seminario ho proposto il grafico seguente che racchiude, in un’unica
panoramica, tutte le curve dei tassi seguite dagli operatori economici.

MAX5

Tutte le curve prese in considerazione, a fine febbraio, puntavano verso la linea
dello zero. La 5y-2y è stata la prima a varcare quella soglia e, dunque, ad
invertirsi (tassi a breve più alti dei tassi a lungo termine). In genere, a questo
punto, le altre curve seguono docilmente, sebbene con tempi propri.
Quello che è avvenuto a fine marzo lo riscontriamo nel chart che segue.

MAX6

La curva 5y-2y si è ritratta e, con le altre, che nel grafico precedente venivano giù
a capofitto, ha preso ad appiattirsi!
Niente di più probabile che le BC, monitorando l’andamento di tutte le curve al pari
di quanto facciamo noi, abbiano deciso di intervenire comprimendo i tassi a breve
e lasciando correre quelli a lungo. In questo modo le curve si appiattiscono o
assumono di nuovo un andamento ascendente.
Ebbene si, possono fare anche questo!

CINA
L’arretramento più preoccupante, dicevamo, è sicuramente quello della Cina che
minaccia addirittura di scendere quest’anno sotto il 6% di Pil.
Tuttavia, con un atletico colpo di reni, il Pmi cinese si è riportato la scorsa
settimana sopra l’asticella dei 50 punti (tratto rosso sul grafico seguente). Tanto è bastato a fornire ulteriore propellente ai listini mondiali.

max7

La Banca Centrale, vale la pena ricordarlo, per contrastare gli effetti del
rallentamento economico ben visibile soprattutto sul finire dell’anno passato, era
nuovamente intervenuta con forti iniezioni di liquidità (pari al 5% del Pil cinese)
alla fine del 2018 e con misure fiscali nei primi mesi del 2019.
Sembrano non interessare a nessuno gli squilibri finanziari che gravano sulla
struttura dell’economia dovuti ad un eccesso di credito erogato da grandi imprese
che fungono da shadow banking per il sistema delle PMI.
Due anni fa in Cina lo shadow financing – per molte imprese unica forma di
finanziamento – garantiva il 22% del credito complessivo; oggi non va oltre il 4%.
Ma per ora sembra andare a tutti bene così.
Evidenze grafiche incontrovertibili ci provengono però dall’indice Shanghai
Composite (tm mensile), reduce da un recupero a dir poco prodigioso.
Lo scorso anno aveva rotto la linea di tendenza rialzista originatasi nel 1996
contribuendo ad affossare tutti i listini mondiali.
Quest’anno l’indice ha recuperato quella trend e adesso prova a catapultarsi al di sopra della figura triangolare che potete tutti valutare.
L’abbrivio definitivo verrà fornito dal ROC a 18 mesi che sembra prossimo alla
rottura della sua trend, replicando la straordinaria vigoria dimostrata nel 2006.

max8

Nell’ipotesi, è facile pronosticare anche il raggiungimento di target importanti,
come ad esempio i 4500 punti (+40% circa dai valori attuali). Potrebbero occorrere
un paio d’anni. Conditio sine qua non: una ripresa economica non balbettante.
USA
Passiamo agli States che, malgrado il rilascio di dati spesso non esaltanti,
continuano a sovraperformare gli altri listini mondiali.
Proponiamo un rapporto mensile tra lo Sp500 e l’Etf Vanguard Ftse All World al
netto delle azioni Usa (ex Usa).

MAX9

Il Know sure thing oscillator (KST) elaborato da Martin Pring è un indicatore
tecnico (di tipo oscillatore) che viene utilizzato per determinare il momentum nei
trend azionari. Si tratta di un indicatore tecnico di tipo oscillatore, che fluttua quindi
sopra e sotto la linea dello zero, provvedendo a fornire segnali di trading basati
sulla divergenza con il prezzo e KST e i crossover delle linee del segnale. La
formula di questo indicatore tecnico, utilizza quattro differenti timeframes per
mostrare il momentum generale e non solo il momentum di uno specifico
timeframe.
Il rapporto raffigurato nel precedente grafico, che è superiore alla MA a 12 mesi, è
chiaramente in una fase di rialzo favorevole agli Stati Uniti e viene sostenuto da
un KST in ascesa. Tuttavia, questa relazione non è andata da nessuna parte
nell’ultimo anno, quindi dobbiamo chiederci se questa attività abbia raggiunto un
top o, in alternativa, stia consolidando prima di una nuova gamba di rialzo. La
differenza non è da poco. Se il rapporto rompe al rialzo, significa che dovremmo
continuare a concentrarci sugli Stati Uniti per i prossimi mesi. D’altro canto,un’inversione al ribasso suggerirebbe la necessità di una maggiore esposizione su
altri indici.

Il grafico successivo mostra la correlazione diretta tra il rapporto di cui sopra e
l’indice del dollaro.

MAX10

Se si nutrono aspettative rialziste sul dollaro, allora sarà legittimo attendere il
break out del triangolo superiore.
L’indice grezzo dell’SP500 (tm settimanale) ci mostra la salita parabolica
innescatasi sul finire del 2018 e ancora in essere mentre scriviamo (5 aprile
2019).

MAX11

Dopo i 2890, nel mirino ci sono ormai solo i massimi del 2018. La statistica ci
informa che, quando i primi due mesi dell’anno risultano così positivi, essi ci
restituiscono, a distanza di tre-sei mesi, ritorni positivi nell’ordine dei 3-10 punti
percentuali.
Dunque, al momento, l’ipotesi alla quale lavoriamo è quella di nuovi massimi.
Non vanno tuttavia esclude anche correzioni ; ma le stesse, almeno fino a
maggio-giugno, andranno intese come occasioni di acquisto. Poi l’andamento
degli indici potrebbe risultare più frastagliato.
E si perchè, se molti lo hanno dimenticato, viviamo, tra l’altro, l’anno americano
preelettorale che non ha mai restituito ritorni negativi.

Jerome Powell ha già dato tutta la sua disponibilità chinando sommessamente il
capo e rimandando sine die i rialzi dei tassi.

Quanto alle aspettattive macro anticipate dal Cesi, l’indice delle sorprese
economiche, esse appaiono talmente compresse che
qualunque prossimo dato nei mesi a venire sarà salutato con favore.

GOLD

L’oro si trova al momento alle prese con importanti resistenze, nell’ordine: 1312,
1334, 1360. Il momento ciclico sembra tuttavia propizio. La positività dell’equity, in
uno alla forza del dollaro Usa, non sono riusciti a debilitarlo più di tanto.

Dunque non lo shorterei.

MAX12

Nel chart che segue, tm monthly, individiamo facilmente la resistenza statica che
ha contenuto i tentativi di rialzo del prezzo dal 2014 ad oggi. Essa è posizionata
intorno a 1360. Tuttavia la situazione, a partire da quell’anno, è andata lentamente
migliorando. Il PMO (Price Momentum Oscillator) nel 2014 era sostenuto, oggi
invece lo si raccoglie col cucchiaino, mentre il ROC, negativo del 2014, è oggi più
che positivo. Insomma il Gold potrebbe essere chiamato ad un upgrade
significativo.

MAX13

All the best

dottor Massimo Moschella

dottor Gian MIchele Moschella

Massimo e Gian Michele Moschella: la curva dei rendimenti invertita.

Una breve discussione odierna con un caro amico ci ha ispirato le seguenti elementari riflessioni.

Con l’espressione “curva dei rendimenti invertita” s’intende una situazione di mercato in cui i tassi offerti per le scadenze più lunghe sono inferiori rispetto a quelli offerti per la parte a breve della curva , ossia quelli fino a 2 anni.

La scelta fra le due diverse scadenze è guidata dalle aspettative che gli investitori elaborano sulla futura evoluzione dei rendimenti ad un anno.

In caso di aspettative rialziste dei tassi, essi preferiranno investire nella strategia di rolling, in modo da poter investire a scadenza il proprio capitale in bond con rendimenti maggiori.

In caso di aspettative ribassiste, invece, un investitore razionale sarà più propenso a riversare il proprio capitale sul bond decennale.

La même chose accade nella scelta di un mutuo: se l’aspettativa è quella di un ribasso dei tassi è gioco forza scegliere un mutuo a tasso variabile. Diversamente si opterà per il tasso fisso. Nel nostro esempio il bond decennale ha il ruolo del mutuo a tasso fisso, in quanto ci permette di bloccare il rendimento in maniera sicura, mentre la strategia di rolling è paragonabile al mutuo a tasso variabile.

Un incremento delle preferenze di acquisto del bond decennale porta, per la legge universale della domanda e dell’offerta, ad un incremento del suo prezzo e conseguentemente ad una riduzione del suo rendimento. Se questa diminuzione è consistente, ecco che la curva s’inverte.

moschella1

Cosa determina tale disequilibrio e dunque l’inversione della curva?

L’affermarsi di un’aspettativa ribassista sui tassi a breve futuri.

Cosa genera un’aspettativa dominante di tassi a breve in declino?

La concreta prospettiva di una recessione economica.

Ai primi segnali recessivi, infatti, le BC intervengono abbassando i tassi a breve.

Di conseguenza, un’aspettativa di recessione si traduce in un’aspettativa di tassi a breve futuri minori.

Ma cosa innesca la prospettiva di una recessione economica? L’azione delle BC. Qualora l’azione delle banche centrali di alzare i tassi a breve venga mal percepita dal mercato, questa sarà la premessa logica per un’aspettativa di caduta in recessione nel futuro (cui seguono tassi bassi futuri per contrastare la recessione). Una curva invertita è dunque conseguenza dell’azione di una banca centrale che alza i tassi a breve termine e di un’interpretazione del mercato che porta la parte lunga della curva a scendere sotto il livello della parte a breve.

Proprio a causa di questo forte nesso logico, l’inversione della curva è sovente usata in letteratura come predittore di crisi economiche. Basti pensare che le ultime sette recessioni economiche sono tutte state precedute da un’inversione della curva.

Ecco spiegato il tentativo di Trump di bloccare in extremis i programmati aumenti dei tassi ufficiali in Usa.

moschrlla2

 

Tuttavia, l’ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke recentemente ha messo inaspettatamente in guardia da una lettura eccessivamente allarmistica dei segnali provenienti dalla curva dei rendimenti (che si è notevolmente appiattita proprio nell’ultimo mese).

Il banchiere – proprio quello che causò l’ultima inversione della curva nel 2006 a cui seguì la recessione del 2008 – sostiene oggi che tale indicazione abbia perso di efficacia alla luce delle distorsioni del mercato causate dalle banche centrali.

Bernanke ritiene, questa volta, che sarebbe un errore pensare che l’inatteso appiattimento della curva dei rendimenti USA segnali una recessione incombente.

moschella3

 

Noi invece restiamo ancorati alla scuola più tradizionale, e attendiamo – inalterata la politica della Fed nota ad oggi – i primi segnali recessivi nel 2020. Mese più, mese meno. Confermiamo pertanto le indicazioni già fornite nei seminari di Scattacoltrend e Finanza Strategica di gennaio, marzo e ottobre 2018.

Aggiornamenti ulteriori giungeranno dai prossimi meeting in programma da febbraio 2019 in poi.

P.S. L’Europa invece ha fatto già più strada su questo cammino…Ma questa è un’altra storia.

All the best

dott. Massimo Moschella

Financial Analyst & Economic Strategist

dott. Gian Michele Moschella

Financial Analyst & Business Developer

 

Il punto di Massimo Moschella sul ciclo economico.

IL CICLO ECONOMICO E’ MAGGIORENNE

E’ finito il primo semestre sui mercati mondiali e noi tentiamo, come di consueto, di fotografare lo stato dell’arte.

Il 2018 passerà probabilmente alla storia come l’anno di evidente frenata di tutte le assets class.

I gestori internazionali stanno infatti sudando non poco per cavare sangue da una rapa, cioè per scovare residui di redditività dagli usuali strumenti finanziari.

Dall’inizio dell’anno le rivalutazioni di indici azionari, titoli a tasso fisso o variabile e commodities fanno fatica a distaccarsi dallo 0…, laddove non evidenzino proprio performances negative.

E il bello è che l’economia sta viaggiando con il vento a favore… Le condizioni economiche globali, infatti, sono al punto più favorevole degli ultimi dieci anni.

Questo vale sicuramente per gli Stati Uniti, dove il ciclo economico è ampiamente maturo. L’Europa invece, malgrado il forte sostegno espresso dalle politiche  quantitative (fornito probabilmente con qualche anno di ritardo), non ha mai recuperato, nella sua coralità, le condizione pre – Lehman.

E il prossimo anno comincerà a portare con sé delle inevitabili diminutio (contrazione del Pil, aumento della disoccupazione e dei tassi).

Agli investitori che mi chiedono se entrare adesso sui mercati, sto consigliano pazienza. A quelli che sono già investiti, prudenza e stop alti. Peraltro, storicamente, i mesi con correzioni più significative sono sempre stati quelli di luglio, agosto, settembre e ottobre.

I mesi con il più elevato numero di crash risultano parimenti quelli di agosto, settembre e ottobre.

L’analisi dei tre principali indici americani, ci restituisce grafici impostati al rialzo, con prezzi sia sopra la mm50  che la mm200, non lontani tuttavia dai massimi di inizio anno (charts 1,2,3)

Ringrazino tutti i 5/6 titoli tecnologici del Nasdaq senza i quali i rialzi sarebbero ad oggi manchevoli di circa il 60 %.

Il MSCI appare in congestione triangolare (continuazione?) nella versione completa e piuttosto riflessivo senza gli aggregati americani (chart 4)

4

Un pò più in difficoltà il colosso cinese. La guerra dei dazi non è senza effetti per i mandarini (chart 5)

5

Quelli che sembrano, al momento in cui scrivo, aver preso una brutta piega, sono gli indici della cara, vecchia Europa, in fase di retest di un’importante resistenza statica (chart 5bis)

5bis

Approfondendo il discorso, possiamo individuare un gruppo di borse inseguite (Francia e Svizzera chart 8) e un gruppone di inseguitrici; Gran Bretagna, Germania, Svizzera (ultime Italia, Spagna e Grecia chart 9)

8

9

A parte queste brevi considerazioni, non si rilevano sui mercati nemmeno grossi e immediati macro segnali di alert.

Gli indici del Vix son adagiati placidamente sulla battigia (charts 6 e 7)

6

7

Il CESI riesce ancora a galleggiare sopra la linea dello zero (chart 10)

10

Il Consumer Confider Index (chart 11) è sui valori più alti di sempre, se si escludono quelli dei mitici anni 1999-2000.

11

Al contrario il Consumer Sentiment Index non cresce più dal 2017. Ci avvisa che, con la dovuta calma – probabilmente in coincidenza con la prossima recessione – i due valori tenderanno a riallinearsi verso il basso, come è successo più volte in passato.

Le aspettative d’inflazione hanno ripreso a dare segnali di vita ma sono ancora ben lontane da livelli di guardia (chart 12).

12

Anzi una crescita dei prezzi fino al 2,5% – 2,6% annuo certificherà soltanto l’ulteriore (e finale) maturità del ciclo.

Il Margin Debt è sui massimi di sempre: finchè continueranno ad affluire nuovi capitali, garantiti dalla consegna di titoli che si apprezzano ancora, non c’è ragione di rompere il gioco (chart 13).

13

L’Optimism Index espresso sullo Small Business è su un triplo massimo. Una rondine difficilmente fa primavera. Ma continueremo a monitorarlo con maggior attenzione (chart 14).

14

Il Put/call ratio del Chicago Board of Options Exchange non ci segnala, al momento, situazioni di tensione, sebbene valga la pena ricordare che siano prossime le scadenze tecniche (chart 15).

 

15

I sussidi iniziali di disoccupazione sono sui minimi di sempre (anno 1973) se si escludono quelli del 1969 (chart 16).

16

E’ questa, a mio modestissimo avviso,l’anomalia più vistosa e rischiosa. La fionda è ben tesa. Il repentino rilascio – cioè una ripresa della disoccupazione – ha innescato sempre in passato una recessione.

L’anno 2019 dovrebbe essere dirimente sul punto.

la situazione tassi Usa è ingessata da alcuni mesi. Tassi a 2 anni e tassi a 10 anni sono lì lì per baciarsi (chart 17).

17

L’eventuale rottura dei recenti massimi relativi di 3,10 %, se e quando avverrà, darà l’avvio probabilmente al capovolgimento di fronte che taluni si aspettano. ma credo che dovremo aspettare di vedere i tassi sulla soglia del 4-5 % per avvertire veramente il panico tra gli investitori (chart 18).

18

L’attesa dovrebbe essere di circa due anni, mese più mese meno, escludendo death cross significative e imponderabili cigni neri (chart 18 bis).

18bis

Sotto questo profilo, nell’Eurozona dormono invece sonni tranquilli. Solo noi italiani possiamo accusare qualche motivo di preoccupazione – politico ed economico – con tassi che sfiorano sul decennale il 2,6% (chart 19)

19

Tutto è rimesso ovviamente nelle mani della BCE, che si appresterebbe (il condizionale è più che mai d’obbligo), con l’inizio del prossimo anno, a mutare Presidente e dunque approccio concettuale alla problematica. Le previsioni su questo fronte ci hanno abituato a grosse sorprese. Quindi un “wait and see” sulla questione mi sembra appropriato.

Nel malaugurato caso di una recessione precoce (ipotesi soltanto di scuola), solo gi Stati Uniti avrebbero veramente cartucce da sparare (chart 20).

20

Noi annasperemmo tra un vuoto d’aria e il vuoto sotto i piedi.

Roma, 18/07/2018

dott. Massimo Moschella

Economic Strategist & Financial Analyst

 

 

 

25 giugno 2018, il forex nel mirino.

Salve a tutti,

di seguito alcune delle coppie che seguiamo per la prossima ottava di borsa:

 

Buon lavoro a tutti.

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Il punto di Massimo Moschella sugli Usa e i mercati esteri

GLI USA E I MERCATI ESTERI

Le osservazioni empiriche, unite alla teoria economica, sentenziano che un dollaro più forte aiuta la rivalutazione delle azioni americane; al contrario, un dollaro debole debilità l’equity Usa e favorisce le azioni estere. Il chart 1 conferma come questa relazione abbia funzionato egregiamente negli ultimi 20 anni: le due linee generalmente si muovono in direzioni opposte.

1

Ci sono buone e cattive notizie in questa correlazione. La buona notizia è che, come detto, favorisce le azioni degli Stati Uniti. La cattiva notizia è che mercati azionari esteri più deboli non sono di aiuto per gli Stati Uniti nel medio termine. Le azioni statunitensi, di solito, migliorano quando migliorano le azioni straniere insieme a loro. E ciò, al momento, non sta avvenendo.

Il chart 2 mette a confronto l’ETF Vanguard All World ex-US (barre blu) con l’SP500 (barre nere) dal 2008. E’ evidente che entrambi tendono di solito nella stessa direzione seppure con velocità e delta diversi. La conferma che ne ricaviamo è che in entrambi i casi gli Stati Uniti hanno bisogno dell’aiuto dell’equity straniera per porre fine alle sue correzioni (come nel 2009). Ora sembra che ci troviamo di fronte a una situazione simile.

2

Il chart 3 mostra la caduta del Vanguard All-World ex US ETF (VEU), peraltro vicino al suo minimo di febbraio (e il prezzo ben al di sotto della media mobile a 200 giorni). Dal picco di febbraio in entrambi gli indici, il VEU ha perso il -9% mentre l’SPX è sceso di meno del -3%. Questa è una discrepanza abbastanza grande tra i due. Se la storia è una guida, tuttavia, il mercato americano comincerà ad avere una reazione molto più forte se e quando inizierà a ricevere maggiore supporto dai mercati azionari esteri. Ciò è particolarmente vero per i mercati emergenti.

3

I mercati emergenti hanno perso il -17% quest’anno contro una perdita inferiore del -7% nei mercati esteri sviluppati. E il loro grafico riflette questa debole performance. Il grafico 4 mostra l’MSCI Emerging Markets iShares (EEM) daily che è sceso al di sotto del minimo di febbraio al livello più basso degli ultimi nove mesi. L’EEM scambia anche al di sotto della media a 200 giorni (e la linea dei 50 giorni è scesa al di sotto dei 200 giorni). Obiettivamente non è un bel vedere. Gli ottimisti però noterebbero immediatamente che il suo RSI a 14 giorni si trova abbondantemente in oversold (vedi freccia rossa).

4

Il chart 5 mostra inoltre che le barre mensili si mantengono ancora al di sopra dei massimi formatisi nel 2011 e nel 2014 che potrebbero fungere da livelli di supporto. Potrebbe anche valere la pena notare che le ultime due correzioni dell’EEM nel corso del 2011 e del 2015 hanno coinciso con le correzioni americane. Il che suggerisce che un rimbalzo nei mercati emergenti (o almeno un periodo di stabilizzazione) potrebbe contribuire a sostenere un rally globale qui e nel resto del mondo.

5

Anche il mercato cinese si muove in acque molto agitate.

Nel chart 6 notiamo che l’ETF Deutsche-X-Trackers CSI 300 A Shares (ASHR) ha violato in maniera decisiva il supporto chiave-neck line di un testa e spalle ribassista.

6

Situazione analoga per lo Shanghai Composite, diretto, con ogni probabilità, in direzione dei minimi del 2016 (chart 7).

7

All the best

Massimo Moschella

 

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