Il punto di Massimo Moschella: “diffidiamo di tutto..”

 

Mi riaggancio al mio ultimo post dal titolo “Il ciclo economico è maggiorenne” per manifestarvi le mie riflessioni agostane in procinto di concedermi qualche giorno di pausa.

Il panorama finanziario internazionale continua ad apparirmi costellato di chiaroscuri.

Tra gli aspetti positivi e globalmente trainanti inserirei, al primo posto, la crescita del prodotto interno lordo del secondo trimestre degli Usa. E’ stata la più robusta dal 2014.

Al secondo posto, vanno citate le previsioni della società di ricerca FactSet, la quale stima che la crescita degli utili delle società che compongono l’S&P500 raggiungerà il 23% nel secondo trimestre, il risultato più performante dal 2010.

Sul versante negativo, non posso sottacere che la predetta crescita del PIL, tuttavia, mi appare difficilmente sostenibile, per qualità e quantità.

In primo luogo, a causa delle tensioni commerciali; in secondo luogo in ragione delle preoccupanti perfomances di colossi come Facebook e Netflix che potrebbero iniziare a minare in modo duraturo la fiducia nel settore tecnologico e nel mercato nel suo complesso.

Il diavolo, si sa, si annida nei dettagli. Non vi può essere dubbio alcuno che la crescita del fatturato a stelle e strisce sia stata trainata dal comportamento di molte aziende che hanno inteso anticipare nel secondo trimestre i loro acquisti di beni in previsione di rialzi di tariffe e altri impedimenti commerciali che potrebbero concretizzarsi nella seconda metà dell’anno.

Inoltre, il taglio delle imposte fortissimamente voluto da Trump alla fine del 2017 ha finalmente esplicato i suoi effetti.

Tutto ciò, tuttavia, non fornisce ancora certezze di continuazione del trend nella parte finale dell’anno. Gli argomenti che mi appaiono condivisibili sono i seguenti:

  1. la crisi finanziaria e il conseguente crollo del 2008 si basavano su mutui rischiosi che creavano una domanda artificiale. L’attuale bolla immobiliare (perchè esiste una bolla del genere, e non solo in America) è guidata da tassi in prossimità dei minimi storici dal lato dell’offerta. Un calo della fiducia dei consumatori o l’aumento dei costi di finanziamento indotto da tassi di interesse più elevati, potrebbe indebolire la domanda di nuove case già quest’anno.
  1. Anche dopo il recente balzo di volatilità di febbraio, resto sono ancora molto preoccupato che le valutazioni azionarie siano eccessive tanto rispetto alle medie storiche quanto rispetto allo stato complessivo dell’arte. Dal 2009 al 2018, il price-to-sales ratio dell’S&P500 è salito di oltre tre volte, da 0,7 a 2,4: il più alto mai registrato. Robert Shiller ha avvertito da tempo che il P/E, o CAPE, corretto per il ciclo, ha raggiunto livelli senza precedenti. Altre metriche simili, da me mostrate nel precedente post, testimoniano che il mercato è per molti aspetti più sopravvalutato rispetto a prima del crollo del 2008 e che, comunque, si sta avvicinando ai livelli di dot-com.
  2. La conferma di problemi sui listini tecnologici americani potrebbe dare l’avvio ad un generalizzato declino del mercato azionario americano, anche in più soluzioni. La caduta di Netflix e Facebook non ha solo bruciato singoli azionisti. Ha anche ricordato che non esistono titoli a prova di proiettile e che gli investitori costantemente sovrappesati sul Big Tech farebbero meglio a rivalutare le loro posizioni.
  3. Questo è il terzo ciclo economico che vede tassi più bassi, moneta più abbondante e livello degli asset sempre più alto. Solo che a ogni ciclo cresce anche il debito in rapporto al Pil. Secondo McKinsey il debito globale (stati, banche, imprese, famiglie) era di 87 trilioni nel 2000, di 142 nel 2007 ed è oggi calcolabile in circa 250 trilioni, tre volte il Pil globale. Per questo alcuni ipotizzano, già per il prossimo decennio, una crisi del debito molto difficile da gestire.

Detto ciò, non dobbiamo nemmeno cadere preda della depressione.

Dal 2009 ad oggi abbiamo vissuto sulla nostra pelle numerosi flash crash. Si pensi, ad esempio, a quello del 2010 che vide il CBOE Volatility Index VIX salire a più di 40. Eppure alla fine dell’anno solare gli investitori riuscirono a portare a casa un rendimento di circa il 15%.

Il 2011 ci fece conoscere la crisi del debito europeo. Anche lì fu trovata una soluzione (peccato che oggi non sarebbe più applicabile).

L’Europa probabilmente non spingerà con cattiveria sull’aumento dei tassi poiché i debiti di tutti i paesi europei sono nel frattempo cresciuti.

La ricerca di una tregua sul fronte dazi tra Stati Uniti ed Europa dovrebbe essere una buona notizia per l’azionario americano e tedesco.

Incrociamo le dita e diffidiamo di tutto.

 

Dottor Massimo Moschella

moschella

 

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