Il punto del dottor Massimo Moschella, dati presunti e dati reali: la mia crociata.

La correttezza e l’affidabilità dei dati pubbici, da me spesso messe in discussione, restano una crociata che porto avanti da anni quasi in solitudine. Ma non demordo.

Il PIL è la misura principale che si utilizza per determinare quanto è grande l’economia di un paese. Calcolarlo, almeno sulla carta, non sembra difficile: si somma tutto ciò che viene prodotto dalla nazione, che siano beni o che siano servizi. Con il calcolo del PIL si fa quello che ogni famiglia fa a casa propria: per conoscere quanto è ricca, somma i redditi di tutti i suoi componenti.

Il problema è che una famiglia conosce bene i redditi dei suoi singoli membri: ma come si può fare un’addizione di un famiglia composta da decine di milioni di membri?
Si raccolgono, sommandole, dichiarazioni fiscali di individui e imprese, bilanci pubblici e privati.

In questa grande addizione, però, non tutto è certificato e basato su numeri reali: c’è anche una parte “presunta, il sommerso.

Si tratta di attività illegali, del lavoro nero e dei fenomeni difficili da osservare, come l’autoproduzione (che può andare dal limoncello fatto in casa a una piccola impresa che, sfruttando le sue risorse interne, crea un nuovo laboratorio senza acquistarlo all’esterno). Insomma, cazzate imponderabili.

E perché il prodotto interno lordo è “lordo”? Perché include gli ammortamenti, cioè la perdita di valore degli impianti nel corso degli anni». Se si toglie l’usura degli impianti dal PIL si ottiene il Prodotto Interno Netto, una misurazione che in genere non viene utilizzata, in parte perché molto complicata da calcolare, ma soprattutto perché non è molto “suadente” nel fotografare la situazione economica di un paese in un dato momento.

Come si calcola il PIL in Italia?
Il calcolo del PIL si compie sulla base di criteri internazionali, stabiliti dalle Nazioni Unite. L’ultimo manuale di calcolo del PIL è del 2008 ed è lungo 700 pagine. Aldilà delle procedure standardizzate, gli istituti di statistica nazionale calcolano il PIL seguendo alcuni propri criteri. In pratica, dunque, ognuno fa a modo suo.

In Italia, Gianpaolo Oneto, direttore della Contabilità nazionale dell’ISTAT, definisce calcolare il PIL «una grande addizione in cui non tutti i pezzetti sono conosciuti in maniera perfetta». Se pensavate che viene seguita una procedura altamente scientifica, eravate in errore.

Dal 2014, quando l’ISTAT ha adottato una nuova serie di criteri di calcolo, la parte “presunta” è diminuita molto. Oramai si integrano tutte le informazioni che si hanno sugli individui e le imprese, che sono diventate tantissime.

A questi dati solidi e reali bisogna aggiungere la cosiddetta NOE, la “not observed economy”: l’illegale, il sommerso e l’autoproduzione che abbiamo visto prima.
Un punto importante è che raccogliere milioni di bilanci di imprese è un lavoro lunghissimo e i dati necessari impiegano molto tempo a essere prodotti.
In genere arrivano 18-20 mesi dopo la fine dell’anno. In questi giorni dunque stanno cominciando a lavorare sulla stima completa del 2016. In altre parole è necessario un anno e mezzo per fare una stima esatta, per addizione, del PIL italiano.

Ma da dove arrivano allora le stime sul PIL dell’anno precedente che vediamo di solito a marzo? E quelle trimestrali che vengono pubblicate quattro volte l’anno?
Le stime già pubblicate, per esempio quelle sul 2016 o sul 2017, sono basate sulle informazioni incomplete e approssimative sfornate da indicatori prospettici.
Si tratta per esempio degli indicatori sulla produzione industriale, sul fatturato dei servizi e sull’occupazione, che a loro volta sono frutto di dati solidi oppure di indagini campionarie. Cioè spesso il cazzo di niente.

Partendo da un anno per il quale si ha una stima più completa e affidabile, si analizza come si sono mossi questi indicatori e si fa una stima di com’è andato il PIL sfruttando complicate formule matematiche. Soltanto dopo un anno e mezzo, quando sono arrivati i dati più completi, possiamo addizionare il tutto e ottenere il risultato definitivo (che comprende in ogni caso la Noe) che, in teoria, non dovrebbe essere troppo diverso dalla stima precedente.

In Italia questo complesso lavoro viene eseguito dalla Contabilità Nazionale, una divisione dell’ISTAT dove lavorano un centinaio di persone che si occupano anche di altre statistiche importanti, per esempio i conti della pubblica amministrazione, del deficit e della pressione fiscale.
Autentici ggeni eterodiretti dai governi in carica di turno.

Polemiche a parte, il PIL è stato spesso definito “il peggior indicatore a parte tutti gli altri”, parafrasando la famosa frase di Winston Churchill sulla democrazia. Fin dalla sua invenzione, negli anni Trenta (quando il presidente Roosevelt aveva bisogno di un modo per dimostrare che le sue politiche stavano funzionando) e soprattutto dalla sua diffusione dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il PIL è stato un indicatore molto controverso.

Alcuni dei suoi limiti sono tecnici, altri sono politici o ideologici. Per spiegare i primi, gli statistici di solito fanno l’esempio di un anziano signore che decide di sposare la sua cuoca. Prima del matrimonio, la cuoca riceveva uno stipendio, su cui pagava regolari tasse e contributi e che quindi finiva conteggiato nella grande addizione del PIL. Dopo il matrimonio la cuoca continua a cucinare, la sua quantità di lavoro non è diminuita, ma non prende più uno stipendio e per quanto riguarda il PIL è, a tutti gli effetti, scomparsa.

L’unico modo per Roosevelt di mostrare che le sue politiche stavano funzionando era di mettere la spesa pubblica all’interno del calcolo del PIL. Ci sono stati ovviamente furiosi combattimenti tra gli economisti che ammettevano o negavano che ciò potesse essere fatto. Molti studiosi hanno persino sostenuto che le spese militari non dovrebbero essere incluse nel PIL perché non producono nulla.

Ma le critiche principali all’uso del PIL sono di un altro tipo. La più famosa e citata è probabilmente quella di Robert Kennedy, che in un discorso del 1968 disse che il PIL misurava tutto «tranne i motivi per cui siamo orgogliosi di essere americani». Kennedy sottolineava che il PIL non teneva conto di fattori importanti come salute o inquinamento, della qualità del dibattito pubblico e della produzione letteraria, dell’onestà dei politici e di moltissimi altri fattori altrettanto importanti per il benessere di ciascuno di noi. Un classico esempio che viene fatto per sostenere questa tesi è che se le famiglie spendono denaro per allarmi e porte blindate, il PIL registra questa spesa con un aumento, senza tener conto del fatto che si tratta di una spesa dettata da un aumento dell’insicurezza.

«La qualità della vita non dipende soltanto dal reddito», spiega Donato Speroni, giornalista, ex dirigente dell’ISTAT e autore del blog Numerus sul Corriere della Sera. Il movimento per trovare una forma di misurazione del benessere alternativo al PIL è cresciuto molto a partire dagli anni 2000.

Un altro forte impulso arrivò dal lavoro della commissione voluta nel 2009 dal presidente francese Nicolas Sarkozy e diretta da tre dei più importanti economisti del mondo: il premio nobel Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi. Anni di lavoro e di ricerca hanno prodotto numerosi indici in tutto il mondo. In Italia, per esempio, l’ISTAT elabora il BES, che sta per “benessere equo e sostenibile”, un indice composto da 130 indicatori diversi. Anche gli altri indici sono composti da decine di indicatori e non sono facili da consultare – a differenza del PIL. Il problema, infatti, è che «voler misurare una cosa complessa come il benessere con un solo indicatore è come pensare di guidare una macchina dove sul cruscotto si legge soltanto la velocità», spiega Speroni.

In conclusione continuo a chiedermi come possa registrare l’Italia PIL positivi se migliaia di aziende pubbliche sono regolarmente in perdita da sempre, milioni di imprese private sono state cancellate dalla crisi o dal fisco, gli esodati sono centinaia di migliaia, e altrettanti sono i cittadini che si sono visti cancellare i loro risparmi dai fallimenti bancari, non c’è più richiesta per gli immobili residenziali, i locali commerciali in centro città sono sfitti, gli studi notarili chiudono per assenza di mutui, i pensionati si trasferiscono all’estero e i nostri giovani sono esodati in massa per trovare uno schifo di lavoro?

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About scattacolpending

Trader privato e indipendente, 48 anni.

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