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14 maggio, i grafici di oggi.

Salve a tutti,

rimbalzo generale delle borse mondiali, ammorbidimento di Trum che ipotizza anche il coinvolgimento della Fed per combattere la guerra dei dazi commerciali contro la Cina, anche il nostro Mib, nonostante una nuova risalita dello spread, rimbalza con vigore,

Varie le opportunità sia in ottica rialzista che ribassista, ne abbiamo selezionate alcune, colgo l’occasione per invitarvi a Roma sabato 15 giugno per una giornata formativa a costo zero, per sapere come riservare il posto e ricevere il programma, potete compilare il modulo sotto ai grafici:

 

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IL TEAM MOSCHELLA: IL CICLO PRESIDENZIALE E GLI INDICI.

TEAM MOSCHELLA

E’ estremamente probabile che tutti i miei elettori siano già consapevoli
dell’influenza che il ciclo elettorale statunitense ha sul mercato azionario a stelle e
strisce. Ciò non di meno rispolvereremo alcuni concetti basilari per adattarli al
momento attuale.
Il grafico seguente illustra il predetto ciclo quadriennale con riferimento al
comportamento mediano del DJIA a partire dal 1900.

1 art

Negli ultimi 116 anni, il DJIA ha registrato in media le migliori performance durante
gli anni elettorali e pre-elettorali (è il nostro caso); mentre il mid-term è il periodo
solitamente più debole. In effetti il 2018 è stato un anno da dimenticare per i
mercati Usa, mentre quello attuale promette, ALLO STATO, di lasciare un buon
ricordo di sé agli investitori. Al netto delle fisiologiche prese di beneficio come
quelle a cui stiamo assistendo negli ultimi giorni.
L’Sp500 e il Nasdaq – come avevamo pure intuito nel nostro ultimo briefing di fine
marzo – sono riusciti infatti a ritoccare i loro massimi di sempre. Lo stesso hanno
fatto altri indici esotici. L’Europa da questo punto di vista si è mostrata molto più
attardata. Nessuno degli indici principali (Mib, Dax, Cac e Ibex, vedi figura
seguente) ha fatto segnare nuovi massimi. Ma le soddisfazioni per gli investitori
non sono mancate visto che il bilancio da inizio anno è ancora ampiamente
positivo.

2 art

Il fenomeno in sé non può destare meraviglia visto che le rispettive macchine
dell’economia sono mosse da motori completamente diversi.
L’America continua a sfornare dati macro sorprendenti (anche troppo, molto più in
là non credo sia possibile andare) mentre l’Europa arranca sotto il peso di odiosi
fardelli: una unione politica ed economica mai realizzata, l’invecchiamento della
popolazione e il conseguente calo della produttività, la manifesta incapacità di
dominare le tecnologie più innovative. Osservando quanto accaduto tra il 1950 e il
2014 nei paesi europei, si è riscontrato che a un aumento del 5% nella quota di
lavoratori 55-64enni, la produttività complessiva del lavoro è diminuita del 3%.
Come possibili antidoti, gli economisti suggeriscono interventi per migliorare la
qualità dei servizi sanitari (e dunque la salute di lavoratori sempre più anziani),
politiche attive per il lavoro focalizzate sulla formazione permanente, un taglio del
cuneo fiscale sul lavoro, investimenti in ricerca e sviluppo. Ma l’Unione Europea si
mostra sorda a questi rimedi. Parimenti si rivela incapace di creare – o incentivare
la creazione di – nuovi sistemi in grado di avere un impatto positivo sulla vita
economica, sociale e sulla sicurezza dei paesi membri.
Ricordiamo che la nascita di una nuova tecnologia dipende sostanzialmente da tre
fattori:

1. l’acquisizione di nuove conoscenze;
2. la loro utilizzazione per creare nuovi strumenti o modi d’agire (lo “sviluppo”
della tecnologia);
3. la diffusione della tecnologia una volta sviluppata, i problemi etici e sociali
sollevati dalla sua applicazione.
Nulla di tutto ciò viene nemmeno tentato da Bruxelles, che ha subìto invece – al
pari di un qualsiasi apparato bancario – la “finanziarizzazione” delle sue funzioni.
Ogni manovra o ragionamento ha come punto di partenza ed epilogo il settore bancario. Che oltretutto pesa sfavorevolmente sui nostri listini tradizionalmente
zeppi di banche e poveri di industrie.
Oltre oceano, invece, hanno compreso da lungo tempo che l’hi-tech è il settore
strategico in assoluto. Anche perchè è l’indicatore forse più significativo del
benessere economico di un paese. Il 20% dei beni scambiati ogni anno tra i
vari paesi è ad alta tecnologia. E il settore è fortemente in crescita: è aumentato
di 5 volte tra il 1990 e il 2016. Oltre un quarto dell’export di beni ad alta tecnologia
avviene a opera della Cina (compresa Hong Kong). Ben 9 paesi tra i 20
maggiori esportatori sono asiatici. Non ci si può stupire quindi del fatto che
Trump percepisca il Celeste Impero come il nemico pubblico numero uno. Se i
mercati azionari europei hanno avuto l’andamento mostrato nel grafico
precedente, la spiegazione va ricercata anche nel fatto che l’hi-tech in Francia
rappresenta il 30% dell’export totale, in Germania il 20% mentre in Italia e in
Spagna non si va oltre il 10%. Ragion per cui il futuro (soprattutto quello dei nostri
figli) non è nel vecchio continente ma nel sud-est asiatico. Ci piaccia o non ci
piaccia la loro cucina.

Senza volerlo abbiamo introdotto il tema dei negoziati sui dazi tra Stati Uniti e
Cina che, al momento, risultano interrotti con imposizione da parte americana di
quelle tariffe che erano state sospese lo scorso dicembre. La scelta di Trump è
stata punita con la peggiore settimana che l’anno in corso abbia visto sui mercati
finanziari. I principali perdenti della settimana sono stati, manco a dirlo, i titoli
tecnologici sensibili al commercio internazionale. Quanta ulteriore
debolezza/volatilità potrà ancora tollerare il candidato al prossimo mandato?
Crediamo non molta. Anche perchè la Cina ha disertato scientemente ben due
aste consecutive di titoli di stato: quella del 7 maggio (il giorno dopo l’annuncio
di nuovi dazi da parte di Trump) quando il Tesoro ha chiuso con un fiasco il
collocamento di 38 miliardi di titoli a 3 anni, e quella dell’8 maggio su 27 miliardi di
dollari di bond decennali.
Se il presidente Xi voleva inviare un messaggio agli Stati Uniti sulle conseguenze
finanziarie di una guerra commerciale a colpi di dazi, è chiaramente riuscitO nel
suo intento.
Nel grafico successivo abbiamo miscelato insieme gli indicatori di volatilità
sull’Sp500, sul Nasdaq, sul Dax e sull’Eurostoxx.

3 art

La fiammata di qualche giorno fa potrebbe rientrare completamente nel corso
dell’attuale mese. E se anche dovessero arrivare successivamente degli ulteriori
minimi (non mi sentirei di escluderlo), per tutto quanto sopra detto sarebbe ALLO
STATO poco probabile che il 2019 si chiuda con risultati molto deludenti. Gli
shortisti di lungo corso se ne facciano una ragione.
Siamo pur sempre in presenza del secondo ciclo economico più esteso
nella storia degli Stati Uniti d’America dal 1854. E se la crescita dei
fondamentali Usa dovesse proseguire oltre maggio 2019, diverrebbe il ciclo
più longevo di tutta la storia americana. La earnings season del primo trimestre
volge al termine, con l’80% delle società dell’Sp500 che ha riportato risultati
migliori delle previsioni degli analisti (che mestiere ingrato quello dell’analista!).
Il rischio di earnings recession, che pure avevamo paventato ad inizio anno,
sembra per il momento scongiurato. Se ne può concludere che avvisaglie di
recessione economica non faranno capolino prima di 12-18 mesi.

Al netto di probabili e salutari correzioni come quella in corso – la Ema 200 passa
a 2770 di Sp500, a 7150 di Nasdaq 100, a 11870 di Dax e a 20700 di Mib
(ATTENZIONE a quest’ultimo listino! E’ pericolosamente vicino alla sua media
mobile a 200 periodi) – il buon senso indurrebbe a dare ancora moderata fiducia
all’equity, per lo meno a quella al di là dell’oceano.
Dall’osservazione del grafico settimanale dell’Sp, notiamo che l’EMA a 20 periodi
(linea verde) ha per ora ben intercettato la caduta dei prezzi.
La quale ha trovato anche il forte supporto dei 2823 punti che in passato aveva
creato all’indice non poche difficoltà.

4 art

La risalita dai minimi di dicembre 2018 è stata indubbiamente folgorante.
E’ probabile adesso che il ritmo divenga più quieto a meno che Trump non forzi la
mano sui trattati sino-americani. Oppure che il suo omologo cinese non si lasci
tentare dal sottile piacere di prolungare la vendetta.
Intuitivamente, si suonerebbe tutta un’altra musica al di sotto dei sopra citati
supporti.

L’indice dell’usd ci restituisce l’immagine di una valuta forte che tuttavia lavora
silenziosamente alla formazione di un wedge ribassista. Nel breve termine, nel
peggiore dei casi, mi aspetterei al più il classico ritorno sulla base inferiore del
canale (96,70-96). L’alternativa rialzista consente di ipotizzare la formazione di un
doppio massimo in area 98,30.

5 art

L’osservazione del grafico del Gold consente una pluralità d’interpretazioni:
1. prezzo ingabbiato in un canale fortemente ribassista;
2. prezzo ritornato in un canale moderatamente rialzista originatosi nell’agosto
del 2018;
3. prezzo vicino alla neckline di un probabile H&S ribassista la cui negazione
riporterebbe i prezzi in area 1380-1390; al contrario la sua attivazione
rispedirebbe i prezzi intorno ai 1210-1220 dollari l’oncia.
La verità incontestabile è che il prezzo è compresso tra l’EMA 50 e quella 200 (+
quella a 320 periodi) che distano tra loro scarsi 10 punti.
L’attesa dunque è quanto mai d’obbligo.

6 art

A chi vorrà ritornare su queste valutazioni e discuterne con noi di persona,
propongo un doppio appuntamento live:
3 giugno 2019: Lama (TA), ore 09:00-18:00, in compagnia di Sante Leone;
15 giugno 2019: Roma, ore 09:00-18:00, in compagnia di Enrico Gei.
Per info e prenotazioni, potete scrivere a moschella.massimo@gmail.com.

All the best
dott. Massimo Moschella
dott. Gian Michele Moschella

 

Massimo e Gian Michele Moschella: la curva dei rendimenti invertita.

Una breve discussione odierna con un caro amico ci ha ispirato le seguenti elementari riflessioni.

Con l’espressione “curva dei rendimenti invertita” s’intende una situazione di mercato in cui i tassi offerti per le scadenze più lunghe sono inferiori rispetto a quelli offerti per la parte a breve della curva , ossia quelli fino a 2 anni.

La scelta fra le due diverse scadenze è guidata dalle aspettative che gli investitori elaborano sulla futura evoluzione dei rendimenti ad un anno.

In caso di aspettative rialziste dei tassi, essi preferiranno investire nella strategia di rolling, in modo da poter investire a scadenza il proprio capitale in bond con rendimenti maggiori.

In caso di aspettative ribassiste, invece, un investitore razionale sarà più propenso a riversare il proprio capitale sul bond decennale.

La même chose accade nella scelta di un mutuo: se l’aspettativa è quella di un ribasso dei tassi è gioco forza scegliere un mutuo a tasso variabile. Diversamente si opterà per il tasso fisso. Nel nostro esempio il bond decennale ha il ruolo del mutuo a tasso fisso, in quanto ci permette di bloccare il rendimento in maniera sicura, mentre la strategia di rolling è paragonabile al mutuo a tasso variabile.

Un incremento delle preferenze di acquisto del bond decennale porta, per la legge universale della domanda e dell’offerta, ad un incremento del suo prezzo e conseguentemente ad una riduzione del suo rendimento. Se questa diminuzione è consistente, ecco che la curva s’inverte.

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Cosa determina tale disequilibrio e dunque l’inversione della curva?

L’affermarsi di un’aspettativa ribassista sui tassi a breve futuri.

Cosa genera un’aspettativa dominante di tassi a breve in declino?

La concreta prospettiva di una recessione economica.

Ai primi segnali recessivi, infatti, le BC intervengono abbassando i tassi a breve.

Di conseguenza, un’aspettativa di recessione si traduce in un’aspettativa di tassi a breve futuri minori.

Ma cosa innesca la prospettiva di una recessione economica? L’azione delle BC. Qualora l’azione delle banche centrali di alzare i tassi a breve venga mal percepita dal mercato, questa sarà la premessa logica per un’aspettativa di caduta in recessione nel futuro (cui seguono tassi bassi futuri per contrastare la recessione). Una curva invertita è dunque conseguenza dell’azione di una banca centrale che alza i tassi a breve termine e di un’interpretazione del mercato che porta la parte lunga della curva a scendere sotto il livello della parte a breve.

Proprio a causa di questo forte nesso logico, l’inversione della curva è sovente usata in letteratura come predittore di crisi economiche. Basti pensare che le ultime sette recessioni economiche sono tutte state precedute da un’inversione della curva.

Ecco spiegato il tentativo di Trump di bloccare in extremis i programmati aumenti dei tassi ufficiali in Usa.

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Tuttavia, l’ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke recentemente ha messo inaspettatamente in guardia da una lettura eccessivamente allarmistica dei segnali provenienti dalla curva dei rendimenti (che si è notevolmente appiattita proprio nell’ultimo mese).

Il banchiere – proprio quello che causò l’ultima inversione della curva nel 2006 a cui seguì la recessione del 2008 – sostiene oggi che tale indicazione abbia perso di efficacia alla luce delle distorsioni del mercato causate dalle banche centrali.

Bernanke ritiene, questa volta, che sarebbe un errore pensare che l’inatteso appiattimento della curva dei rendimenti USA segnali una recessione incombente.

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Noi invece restiamo ancorati alla scuola più tradizionale, e attendiamo – inalterata la politica della Fed nota ad oggi – i primi segnali recessivi nel 2020. Mese più, mese meno. Confermiamo pertanto le indicazioni già fornite nei seminari di Scattacoltrend e Finanza Strategica di gennaio, marzo e ottobre 2018.

Aggiornamenti ulteriori giungeranno dai prossimi meeting in programma da febbraio 2019 in poi.

P.S. L’Europa invece ha fatto già più strada su questo cammino…Ma questa è un’altra storia.

All the best

dott. Massimo Moschella

Financial Analyst & Economic Strategist

dott. Gian Michele Moschella

Financial Analyst & Business Developer

 

Agosto, loss non ti conosco !

Thank you so much, yankee!!
Gli scattapendisti ringraziano gli States per il long su Gilead Sciences (+5,9%), per lo short su Ibm (+3,8%) e per lo short su Tesla (+8,3%).
Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna!usa